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La ricostruzione scenografica della bottega dell’orefice veneziano del Settecento introduce agli aspetti più quotidiani di questo mestiere. Sono le carte d’archivio a definire questa figura professionale nel XVIII secolo “orese specializzato in manifatture d’argento” tanto che all’angolo della bottega, con il camino e il ceppo con lo stocco, si affiancano tutti gli attrezzi necessari all’argentiere non molto distanti da quelli propri dell’orefice che applica le stesse tecniche negli oggetti più minuti.
Nella bottega l’orafo si dedica alla fase progettuale del suo lavoro, che nel Settecento gode già di un ricco repertorio di modelli e disegni sia per i gioielli che per la suppellettile liturgica. Sfida la materia misurandosi con inedite risorse espressive grazie ai sui “ferri”, gli attrezzi dei quali rende dettagliato conto negli inventari di bottega. Tiene personalmente la contabilità nei registri che elencano i materiali grezzi, quelli in lavorazione e i manufatti finiti. Le polize che attestano i pagamenti ricevuti, le perizie per la dote di giovani gentildonne, il bollettino del “capo venduto” da rilasciare al cliente a garanzia della bontà del prodotto erano le carte consuete nel laboratorio dell’orefice veneziano. Per documentare il momento ideativo dell’orefice nella sua “officina di idee”, nelle teche espositive che corredano la bottega si possono ammirare il progetto per una croce processionale commissionata dal Capitolo della chiesa di San Bartolomeo nel 1777 mentre un raro libretto di disegni, conservato alla Biblioteca del Museo Civico Correr, propone i modelli più in voga in merito alla gioielleria veneziana della fine del Settecento. Come effettivamente potesse essere il laboratorio di un orefice veneziano del XVIII secolo lo vediamo dalla pianta inedita della bottega di Bartolomeo Pighetti che, nel 1738, era situata nel sotoportego degli oresi all’angolo con calle dei Toscani. Nel cuore del centro commerciale dedicato al commercio di argenteria e oreficeria, quest’orefice aveva bottega ai piedi del Ponte di Rialto, vicino alla chiesa di San Giacometto dove questa categoria celebrava la festa del proprio patrono, Sant’Antonio abate. Naturalmente a lui è dedicato il frontespizio della Mariegola dell’Arte degli Oresi e Zogielieri, cioè il libro che raccoglieva i Capitoli e tutte le disposizioni stabilite dalla corporazione insieme all’elenco degli iscritti, cioè coloro che si erano “immatricolati”. E’ stata proposta quella da riferire al 1740. Per monitorare, invece, lo “stato delle Arti”, poco dopo la caduta della Repubblica Serenissima nel 1797, si può ricorrere al prezioso volume redatto da Apollonio del Senno. Lo troverete aperto a c. 82 per sapere quanti fossero gli iscritti alla fraglia degli orefici e in che condizioni si trovasse in quel momento la corporazione. Così alla voce “orefici, gioielieri, diamanteri”, le tre categorie tutelate dall’Arte, si legge che gli iscritti erano 625. Rimaneva da chiedersi a quale “manuale” potesse ricorre l’orafo del Settecento in merito a tecniche e fasi lavorative per scoprire che rimaneva punto di riferimento indiscusso il trattato cinquecentesco sull’oreficeria di Benvenuto Cellini, nuovamente pubblicato proprio a Venezia nel 1731.
Tra le note di pagamento che attestano la realizzazione di opere commissionate agli orefici, vale la pena soffermarsi su quella di Giovanbattista Bastisini che realizza nel 1784 numerosi manufatti per la chiesa di San Salvador e allega anche il saggio effettuato sul metallo lavorato dal controllore di Zecca Giovanpiero Grappiglia. Agli orefici spettavano anche ruoli di prestigio in seno allo Stato, come quello del maestro di Zecca Francesco Marchiorri, orefice in calle dei Fabbri, che documenta in due curiosi registri di memorie i conteggi per le leghe dei metalli, il valore delle monete in Veneto e nel mondo fino a brani della vita cerimoniale veneziana che ricorda i doni elargiti in occasione dell’elezione del doge. Le numerose carte inedite di questi volumi, in corso di pubblicazione, rivelano gli aspetti più svariati della figura del maestro di Zecca presso la Repubblica e restituiscono, tra il 1741 e il 1746, uno spaccato vivace del mestiere dell’orafo veneziano.
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